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Antico Sposalizio Selargino > Storia > Rivive A Selargius Un Arcaico Rito Nuziale - anno 1962
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Rivive A Selargius Un Arcaico Rito Nuziale - anno 1962

Tratto dal 1° pieghevole dell'Antico Sposalizio Selargino - anno 1962 -  Marcello Serra

Selargius è un borgo agricolo del Campidano di Cagliari dalle origini assai remote. Lo dichiara anche il suo nome, che deriva non dal "cerargius", come alcuni sostengono, ossia dai ceraioli, che un tempo esercitavano qui il loro mestiere proficuo, ma più plausibilmente da Salarium, che attestava invece un'attività d'altro genere connessa a questo stesso centro e riferibile ad un secolo molto più lontano. E cioè ai tempi dei romani, che dovettero chiamare così questo villaggio, perchè esso era situato proprio sull'orlo della laguna, dove la sferza del sole estivo, evaporando le acque salmastre, alimentava alcune saline importanti. Il sale, industria così antica, e una volta preminente di questo paese, e addirittura radice manifesta del suo stesso nome, a Selargius, più che altrove, perciò è considerato un simbolo di floridezza. Tale significazione augurale, assieme al grano, esso assume sopratutto durante la cerimonia nuziale, che questo anno verrà opportunamnte riesumata nelle sue forme originali e più tradizionali, in occasione della festività si San Luxorio, patrono di Selargius. Con copiose manciate di quel fiore del mare, oltre che con una pioggia di grano, i selargini aspergono infatti i due cortei, che, partiti rispettivamente dalla casa dello sposo e della sposa, scortando l'uno e l'altra, convergono verso la chiesa dove sarà celebrato il rito. La folla, che fa ala durante il percorso, benedice appunto gli sposi col sale e col grano che, profusi così sul loro cammino, acquistano il valore di un auspicio di prosperità e di letizia. Ai due giovani, che si apprestano a saldare con un legame indissolubile il propio destino, viene inoltre rivolto l'augurio che questa loro unione si protragga "ad medas annos cun saludi e cun trigu": ossia "per molti anni con salute e con grano".

Le due scorte nuziale, che avanzano separatamente da due direzioni diverse, per incontrarsi sul sagrato, sono costituite dallo stuolo dei parenti più stretti, che indossano il costume di gala. In testa inoltre procedono i suonatori di launeddas, che con la melopea assillante del loro strumento arcaico imprimono alla schiera una cadenza grave e solenne. Subito dopo questi musici, aprano il corteo alcune fanciulle, che sostengono sul capo dei cestini contenenti i doni offerti alla giovane coppia per il banchetto nuziale: un porchetto, un agnello, il pane lavorato in forme preziose e aeree, i dolci fantasiosi ed altre cibarie. Sia lo sposa che la sposa sono guidati al tempio soltanto dal proprio padre. Le loro madri attendono invece, dove, dopo la funzione religiosa le due schiere, riunite in una sola e festeggiando la coppia finalmente congiunta, si dirigeranno, per partecipare al lungo e sontuoso banchetto, allietato anche da suoni, canti e danze. Sul limitare di questa casa destinata ad ospitare gli sposi, questi ricevono un'ultima benedizione: la più fervida, la più commossa, perchè è quella materna. Le due madri la impartiscono con voce tiepida, aspergendo ancora di sale e grano, con un gesto pio ed antico, il capo dei propri figli genuflessi, affinchè da quei frutti della natura germogli un avvenire propizio per la nuova famiglia che crescerà sotto questo tetto. Il rito suggestivo che forse ha radici remote quanto le origini di questo paese, è suggellato alla fine da un atto gentile ed affettuoso. La sposa, prima di varcare la soglia della sua casa, che rappresenta anche l'ultimo confine della sua giovinezza spensierata ed incolume, dona i fiori d'arancio, emblema del suo candore inviolato, alla sua amica più diletta. Quella vergine ghirlanda consacrata sull'altare porterà fortuna a quest'altra ragazza facendo trovare anche a lei marito entro l'anno.

 

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